La mostra Mythos, ospitata a Firenze Museo Bellini nel settembre 2025, non è solo un’esposizione di arti visive: è un esperimento di sincretismo, in cui pittura, scultura, poesia e performance si uniscono per creare un dialogo in cui ciascun elemento mantiene la sua identità e, allo stesso tempo, genera un senso nuovo grazie all’incontro con gli altri. È un processo che produce qualcosa di inedito, che non esisterebbe nella purezza degli elementi, esiste solo con la contaminazione fra gli stessi. Questi linguaggi artistici si intrecciano per rievocare l’essenza del mito e restituirne la vitalità al presente.
Già dalla presentazione si intuisce il percorso, ma è nel cuore dell’allestimento che si manifesta il progetto: un viaggio che parte dai miti arcaici e arriva ai miti popolari contemporanei, fino a toccare dimensioni oniriche e metafisiche.
Il mito non è un racconto fermo, ma un processo: un linguaggio universale che attraversa culture e tempi, trasformandosi di continuo. “Il mito è più vero della storia”, scrive Vito Mancuso, perché non accade una volta sola, ma ogni giorno, dentro l’immaginazione di chi lo ascolta e lo rielabora. Lo stesso vale per l’arte in tutte le sue forme: le opere non hanno una sola lettura, ma molteplici. Ogni spettatore porta con sé il proprio vissuto, e così l’opera diventa specchio mutevole, che cambia a seconda di chi la guarda e del momento in cui la si incontra. L’immaginazione del pubblico diventa allora parte integrante del lavoro artistico, trasformando ogni opera in un evento sempre nuovo, sempre vivo.
Fondamentale è stato il lavoro curatoriale di Chiara Immordino, che ha selezionato le opere e ne ha orchestrato l’esposizione come un racconto unitario. Nella sua visione la mostra è come un “libro senza parole”, che non significa ridurre la mostra al silenzio, ma riconoscerne la natura di narrazione polifonica: le opere visive sono pagine, le poesie capitoli paralleli, le relazioni note a margine che ampliano il senso. È un libro corale, scritto con linguaggi diversi che convergono nell’evocare il mito non come oggetto del passato, ma come presenza viva.
Se da un lato alcuni artisti sono stati coinvolti direttamente nell’allestimento, è soprattutto Chiara ad aver dato forma all’impianto complessivo, scegliendo le voci da mettere in dialogo e costruendo un equilibrio tra le differenti sensibilità. La sua curatela ha permesso di trasformare sfumature disparate in un coro armonioso, dove ogni opera mantiene la propria identità, ma partecipa a un racconto più grande, perfettamente bilanciato. La mostra non si limita a giustapporre opere, ma costruisce una trama in cui ogni elemento è essenziale alla comprensione dell’insieme.
Uno dei temi ricorrenti è il corpo. Corpi che si trasformano, si spezzano, si rigenerano: corpi mitici che diventano specchio della fragilità e della potenza contemporanea. Accanto ai corpi rappresentati nelle opere visive, ci sono i corpi vivi, reali, di chi attraversa la mostra. Gli spettatori con i loro sguardi, le loro voci, la loro stessa presenza fisica. Sono loro a entrare in dialogo con le installazioni, lo spazio espositivo si anima e l’esperienza diventa reciproca. L’arte osserva chi la osserva. I visitatori si fanno parte di un rito collettivo, parte integrante dell’opera, dando vita a una nuova performance collettiva, un flusso continuo di percezioni e risonanze che si muovono dentro e con l’arte. In questo intreccio, la mostra restituisce al mito la sua funzione originaria: non semplice favola, ma narrazione condivisa, capace di unire e di orientare.
Mythos non è solo evento, è progetto. Come sottolinea la Fondazione MundiLive, promotrice della mostra, si tratta del primo passo verso un percorso più ampio, che mira a rinnovare le basi stesse dell’arte. L’obiettivo è quello di costruire una nuova estetica sincretica, in cui pittura, poesia, moda e performance dialoghino stabilmente, generando un linguaggio che non si esaurisce nella materia, ma punta a una dimensione interiore, metafisica, universale.
La mostra fiorentina diventa così prototipo di un’arte futura, capace di superare i confini disciplinari e di tornare a essere strumento collettivo di senso. Non più semplice esposizione, ma esperienza sinestetica e simbolica, in cui l’arte si fa medium di messaggi che parlano al presente e al tempo stesso alla radice dell’umano.
In questo senso, Mythos è davvero ciò che promette: non archivio di leggende, ma linguaggio vivo che, intrecciato a diverse forme espressive, continua a raccontare l’essere umano a sé stesso.
Eva Tazzari
